"Can it be that it was all so simple then
or has time rewritten ev'ry line?
If we had the chance to do it all again,
tell me would we?
Could we?"
Non tutto è uguale. I primi pezzi iniziano a mancare. I primi pezzi cominciano a cambiare. E il déjà vu sembra essere rientrare e rimanere tale.
Forse solo troppe coincidenze, forse solo falsi allarmi. Forse le situazioni non si ripetono mai perfettamente uguali.
Nel bene e nel male. Cambiano protagonisti, e non solo.
Ti siedi, ché hai paura che potresti scivolare.
Non sai aspettare e le fughe in avanti a volte pregiudicano le prestazioni, complicano i movimenti, intrappolano.
Quando rivivi qualcosa, non è mai uguale a se stessa. E’ stupido credere di saper agire, di poter affrontare, solo con l’esperienza.
Non puoi stare fermo. Non puoi stare a guardare.
E quello che gira non va nella direzioni che speravi, che immaginavi, che quasi avevi iniziato a progettare.
Non è stato stupido immaginarlo, se troppe cose combaciavano. Persino quelle negative.
E resta ancora tutto in mano. Quella ruota non è responsabile, quella ruota non è un alibi.
“Meglio così”. E non è solo l’illusione che tutto possa cambiare.
Adesso ancora una volta qui,a cambiare percorso. Perchè la ruota continuerà a girare, ma a te non deve più toccare...
Ieri sera, con Carla, ero al Teatro dell’Orologio per la prima di "Gli occhi di Piero - Storia di Pietro Bruno, un ragazzo degli anni '70".
Ho frugato nella tasca del giaccone, sperando di trovarci il moleskine ed un penna.
Ho preso appunti e segnato i miei passi essenziali di questo momento di memoria.
Se avete possibilità andate a vedere lo spettacolo e magari potremmo condivederne le emozioni e le impressioni parlandone poi insieme al circolo a fine novembre.
Intanto grazie a Massimiliano, Paolo, Cristiana, Estella, Maria Grazia e agli altri giovani compagni con cui abbiamo condiviso il dopo-teatro
La storia di Piero Bruno è la storia di uno di noi, tua, ed anche tua
È la storia che vive in un teatro dove il caffè è vero e bollente, ed il limoncello è vero e scalda, e la mela che sbucci in spicchi la puoi condividere con gli altri.
E’ la storia dei quartieri di Roma, del Tiburtino III, di Ostiense, del Pigneto, di via Merulana, di via Labicana, di via Muratori, è la storia degli odori di Roma e dell’odore degli spari.
E’ la storia di Garbatella, di via Passino, dell’Armellini.
E’ una storia che Gustavo la teneva chiusa in uno spigolo di cuore, ed è la storia di quando Piero era felice ed è una storia che non puoi capire se non capisci che c’era un momento in cui tutto poteva succedere.
E’ la storia dei figli che alle madri dicono mammì ma tu da un figlio ti devi aspettare tutto. È la storia di padri e figli che si raccontano, non solo con le parole…. Ma soprattutto è la storia che insegna che le cose bisogna vederle con i propri occhi.
E’ un racconto di strada, di piazza, di quando Gaber cantava la piazza è l’unica salvezza.
E’ la storia di una musica ribelle e di figli unici e di cieli sempre più blu e di ballate.
E’ una storia di due colpi, per ricordare che Piero Bruno è un ragazzo che ha sempre 17 anni.
E’ una storia vissuta, cantata, pianta, gridata, elaborata, acquietata, riemersa, condivisa …
E’ una storia fortunata, per chi allora c’era, nel poterla raccontare oggi … e nel poterla sentire dalle parole di Fabrizio e dai testi di Massimiliano.
Le riflessioni di Carla
Io che quella piazza, davanti all' ITIS Armellini, l'ho frequentata in quegli anni...con i miei compagni e amici (di amicizia pura tipica delle nostre età di allora) della FGCI e dei CUS, ho provato un'emozione forte, fortissima...
Questa è la storia anche mia...di Nicola, di Dario, di Mario, di Aldone, di Daniele, di Useppe, di Fernando...mi sembra che allora le donne al tecnico Armellini fossero solo 2, dei 2000 studenti che venivano da tutta Roma; Useppe che veniva da Mostacciano, allora periferia bene a sudovest di Roma, veniva con la "mazzafionda comune"(a detta di Daniele, figlio di calzolaio, oggi economista famoso). Io ed Anna che dal classico (il Socrate succursale di via Nistri) venivamo a largo Beato Placido Riccardi, per prendere i volantini, le copie dell'Unità da diffondere o per condividere qualche rapido momento di filarino, prima delle lezioni, eravamo oggetto di attenzione da parte di tutto quell'agglomerato di testosterone del tecnico.
E che anniversari del 25 Aprile preparavamo nell'aula magna dell'Armellini! delle “tre-giorni” aperte al quartiere, cinema, dibattivo, musica, con invito alle altre scuole ed ai consigli di fabbrica (avevamo l'OMI - Ottica Militare Italina- a due passi nei locali vicini a via Nistri dove, oggi, c'è la sede della terza Università) e quanti scontri con Lotta Continua...e poco dopo con l'Autonomia Operaia, e quante risse pericolose (secondo Riccardo, mischiavamo le comitive), con quelli del Nautico, fascistissimi, che un giorno entrarono al Socrate sparando, nell'ala dove c'era l'asilo, però! Io avevo 15 anni, il 23 Novembre del 1975, quando spararono a Piero, avevo da poco cominciato la V Ginnasio e, senza dubbio, devo aver incontrato Piero, all'Armellini, davanti alla piazza, dove Nicola, Mario ed altri a volte prima di ripartire verso casa o in un ora di buco, giocavano a carte. Cè una foto sul profilo FB di Nicola con le loro adolescenti barbe e le carte in mano.
Non ho contezza di Piero, del suo ricordo direttamente, ma Mario, Nicola, Dario sì, e certamente anche Daniele, Useppe, Fernando...<<Ce lo ricordiamo tutti, il povero Piero...>> mi ha scritto Nicola, quando gli ho spedito l'invito dello spettacolo di Massimiliano e Fabrizio. Dei fatti di cronaca, però, ho ricordo e anche della portata politica e della tragedia umana.
Questa è la storia di San Paolo un altro quartiere che mi ha adottato negli anni del liceo, impressi a fuoco nella memoria. Ricordo dilatato come fosse stato un secolo (è il modo di percepire il tempo -in salita- degli anni dell'adolescenza, della gioventù, prima dell'autonomia economica e dalla famiglia di origine).
Ho vissuto San Paolo anche negli anni della prima Università. Tornavo con la metro dalla Sapienza (allora unica sede universitaria di Roma) e mi fermavo a via Giustiniano Imperatore, alla sede del PCI, e lavoravamo insieme...con don Franzoni e la sua comunità di base, con l’Agesci di Dino, il professore, che qualche mese fa è venuto nel ruolo di garante al congresso del mio circolo.
I condomìni di Largo Veratti che emanavano odore di caffè, alla domenica mattina, quando portavamo l'Unità ai compagni; quelli delle poste di via Pincherle, che odoravano di salsa, quando raccoglievamo i soldi per comprare una casamobile per i terremotati del Friuli, quelli dell'INACASA, dove avevamo avuto la sede del comitato di quartiere e dove facevamo le riunioni dei CUS e dei collettivi femministi, per far attivare i consultori familiari e la distribuzione e diffusione culturale sul sesso consapevole e gli anticoncezionali...
E' la storia di quando poco tempo dopo io ed Anna vedemmo all'obitorio IVO ZINI accoltellato, di quando cercavamo di sapere se tu, Enrico, eri tornato a casa da quel 12 maggio a ponte Garibaldi...di quando saltò col tritolo piazza Tuscolo e noi piangevamo dietro la bara di Walter Rossi e, poi, di quando arrivò da Genova la notizia che le BR avevano ucciso il PCI che difendeva la democrazia, con Guido Rossa.
E' la storia di come si tornava accompagnati a casa, in allarme, per paura degli agguati fascisti...E' la storia di come lo studio ci ha emancipati, me e la mia famiglia venuta migrante dall'Umbria-senza-iodio e...senza reddito. E di come siamo scampati, sopravvissuti...Potevamo essere morti ammazzati, per mano di violenti dell'estremismo di sinistra, della polizia, dei fascisti, potevamo aver intrapreso noi stessi percorsi di terrorismo (bastava poco allora per passare al "fiancheggiamento" e da questo alla clandestinità...) E' la storia di come non abbiamo ripiegato in riflusso, droga, depressione, viaggi in India, Nepal, nè in conversioni francescane, come Bobbo. E la storia di quelli che sono sempre stati, a modo loro dalla stessa parte...e di come si sono ritrovati, anche attraverso differenti e originali percorsi, sempre dalla stessa parte, anche a 50 anni.
Piero invece ha sempre 17 anni.
E quello che pensa la mia mente contro-versa
Veniamo da storie diverse, sia per età che per percorsi.
A noi ce le hanno raccontate. A volte in maniera differente di come hai fatto, avete fatto, tu ed Enrico. E stamattina mi avete fatto venire un groppo.
E una riflessione.
Per noi "giovani" (c'è chi dice che non lo sia più, c'è chi dice che lo sia solo per una nno ancora ;-)). Per chi ha dei ricordi, diversi dai vostri, quelli degli anni 90, dove le maifestazioni erano più scarse, diverse e la partecipazione compromessa.
Ma non eravamo peggiori, siamo stati solo figli di altri tempi. Forse a cavallo davvero. Fino ad arrivare a chi, oggi quei ricordi se li costruisce, i 20enni di oggi. Quelli di feisbuc e del ritorno del bisogno di comunità....
Per loro, che non lo vivono come un ritorno, e per noi, che invece sentiamo che quell'individualismo (nemmeno più il rampantismo anni 80, che almeno loro adesso c'hanno i soldi!) ci si è ritorto contro, diventando precaraito senza tutele, elettori di liste bloccate, omosessuali senza diritti e forze.
Per loro e per noi,la voglia di comunità resta, ma (e non mi rivolgo a te Carla,o a Enrico, che sto imparando ad apprezzare prorpio perchè vi sento su questa linea) lasciateci la nostra forma di copmunità, lasciateci costruire i nostri ricordi, lasciate vincere il nostro modello senza mortificarlo con "i bei tempi delle passioni andate".
Siamo giovani ora e a nostro modo, fatecelo essere e credo ancora che vi sapremo stupire.
Grazie Carla, Grazie Enrico, vi saluto con un aforisma " “I giovani cercano l’impossibile e, generazione dopo generazione, lo conseguono” e una mia aggiunta " a modo loro"!
A volte è dura. A volte stanca ricominciare. A volte non è facile non lasciarsi andare.
Altre volte relativizzi tutto e capisci che ce la fai. Come sempre. Qui o altrove non importa.
Quella valigia forse era pronta da tempo.
Un po' di paura, forse solo disorientamento.
Poi una mattina guardi in tv tuo fratello, che adesso sembra tornato più giovane di te, parlare con la voce rotta dall'emozione.
Non è la telecamera. E' l'emozione di poter raccontare la gioia di ora. Il coraggio che non ti ha abbandonato allora è divenuta serenità oggi.
Se è passato quello, può passare tutto.
Se i nostri cuccioli ce l'hanno fatta, se noi tutti abbiamo resistito, se quella forza, quasi 8 anni fa l'hai saputa tirare fuori per tenere la mente fredda e la calma quando tutti attorno, giustamente, erano persi nello sconforto. Puoi farcela ancora.
Forse basta solo vedere le loro foto. Quella voce rotta dall'emozione. La fiducia di quei giorni.
Andare sempre avanti, non dimenticando il sorriso.
Vorrei essere tua madre
(Vecchioni - Paoluzzi)Per amarti senza amare prima me
vorrei essere tua madre...
Per vedere anche quello che non c'è
con la forza di una fede
per entrare insieme
nel poema del silenzio
dove tu sei tutto quello che sento.
Per amarti senza avere una ragione,
tranne quella che sei viva,
e seguire il fiume della tua emozione
stando anche sulla riva;
leggerei il dolore
da ogni segno del tuo viso
anche nell'inganno di un sorriso.
Vorrei essere tua madre
per guardarti senza voglia,
per amarti d'altro amore
e abitare la tua stanza
senza mai spostare niente,
senza mai fare rumore:
prepararti il pranzo
quando torni e non mi guardi,
ma riempire tutti i tuoi ricordi.
Ma il problema vero è se ci tieni tu
ad avermi come madre,
fatalmente non dovrei spiegarti più
ogni gesto, ogni mia frase,
mi dovresti prendere
per quello che io sono,
non dovrei più chiederti perdono.
Vorrei essere tua madre
anche per questo,
e mille e mille altre ragioni:
ti avrei vista molto prima,
molto presto,
e avrei scritto più canzoni.
Forse ti avrei messo in testa
qualche dubbio in più,
cosa che non hai mai fatto tu...
Forse ti avrei fatto
pure piangere di più,
ma non hai scherzato neanche tu...


